Addio a Rosario «Sarìn» Di Vincenzo, portiere del Genoa di sessant’anni fa

Mercoledì 4 marzo 2026, all’età di 84 anni, è morto a Genova, dove era nato lunedì 16 giugno 1941, Rosario «Sarìn» Di Vincenzo, che, dopo aver fatto tutta la «trafila» delle squadre del settore giovanile del Genoa, vi fece ritorno nell’autunno del 1965 in uno scambio di portieri con il Varese che coinvolse Mario Da Pozzo (al sodalizio rossoblù vennero dati 30.000.000 di lire come conguaglio). Un articolo di Manlio Fantini pubblicato da “La Gazzetta dello Sport” mercoledì 13 ottobre 1965, così iniziava: Rosario Di Vincenzo si è sottoposto oggi [cioè: martedì 12] alle visite mediche, senza nascondere la sua soddisfazione per essere stato assunto dal Genoa, cioè dalla società in cui cominciò la carriera sportiva. È genovese ed abita a Genova: la sua destinazione, quindi, non avrebbe potuto essere migliore. In maglia rossoblu [sic!], Di Vincenzo fece tutta la trafila, dai «pulcini» fino alle soglie della squadra rincalzi, ma quando si trattò di deciderne la destinazione in rapporto alle esigenze della «prima» l’allora allenatore Angelo [Triestino] Rosso [I] lo fece cedere all’Entella [Chiavari], preferendogli Leo[nardo] Grosso, l’attuale numero uno del Genoa, cui fu affidata la porta della [squadra partecipante al Campionato] «[Emilio] De Martino» [per le squadre riserve]. […] – Sono contento come una Pasqua – ha detto Di Vincenzo – di essere tornato al mio primo amore. Sono sicuro che tra Grosso e me non nascerà nessuna rivalità. Il titolo del soprammenzionato articolo, di cui è stato citato un estratto, era: Il Genoa userà Di Vincenzo come merce di scambio? Infatti, dopo aver giocato nella stagione agonistica 1961/1962 come portiere titolare della formazione tigullina, militante in Serie D, Di Vincenzo era stato addirittura acquistato dall’Internazionale per fare il terzo portiere dietro a Lorenzo «Paratutto» Buffon e Ottavio «Gatto magico» Bugatti (nel 1962/1963, in cui la formazione allenata dall’argentino naturalizzato francese Helenio «il Mago» Herrera Gavilán vinse il Campionato, non venne mai impiegato) e, dopo una stagione agonistica in prestito alla Triestina in Serie B (diciotto presenze), in cui si era alternato con il futuro interista Ferdinando Miniussi a difesa della porta giuliana, tornò nella Milano neroazzurra, sempre come terzo portiere, ma con la possibilità di scendere in campo – avendo avuto un serio problema di salute il titolare Giuliano «il portiere di ghiaccio» Sarti ed essendo acciaccata la riserva Bugatti – per tre domeniche consecutive di gennaio nelle due trasferte a Torino contro i granata (pareggio per 0-0) il 17 e a Foggia (sconfitta per 2-3) il 31, inframmezzate dal pareggio casalingo «a reti bianche» del 24 con il Varese, la cui porta avrebbe difeso nei cinque incontri iniziali del successivo campionato: in ragione di quelle tre presenze con la maglia dell’Internazionale, Di Vincenzo ebbe titolo a essere annoverato tra i giocatori del sodalizio milanese vincitori di uno – come nel suo caso – o più Scudetti, mentre non figura tra quelli impiegati nella vittoriosa Coppa dei Campioni 1964/1965. Quindi, considerato che Leonardo «Leo» Grosso aveva soltanto ventidue anni e «alle spalle» solamente quattro incontri della vittoriosa Coppa dell’Amicizia Italo-Francese del 1963, quattro di Coppa Italia e tre di Serie A, quando il nuovo allenatore – dopo la retrocessione in Serie B nel giugno di quell’anno – Luigi «Cina» Bonizzoni, coadiuvato da Giuseppe «Gipo» Viani, che era contemporaneamente «general manager» e direttore tecnico, aveva deciso di puntare in Campionato su di lui e non utilizzare mai Da Pozzo, che era stato «messo sul mercato», la presenza di un rivale competitivo con un paio di anni in più per il ruolo di estremo difensore poteva rappresentare un elemento di disturbo per la sua crescita professionale. In effetti, dal momento dell’arrivo di Di Vincenzo la titolarità della porta rossoblù fu in continua discussione (dopo l’esordio nello 0-0 a Venezia di domenica 14 novembre 1965 Di Vincenzo indossò la maglia n. 1 nei successivi otto incontri, ma avendo ricevuto nell’incontro in trasferta di domenica 16 gennaio 1966 una scarpata vicino all’occhio destro dal piede sinistro dall’attaccante del Messina Paolo Morelli, che aveva effettuato un «pallonetto», fu il primo calciatore del Genoa sostituito in una partita di Campionato (da quello era stato introdotto il n. 12, unico che potesse rilevare un compagno di squadra; nel successivo fu possibile la sostituzione di un «uomo di movimento» da parte del n. 13); ritornato in campo domenica 20 febbraio 1966 nel 3-0 casalingo al Palermo, fu schierato nelle successive quattro partite e poi, dopo averne saltate due, a Reggio di Calabria nello 0-2 imposto dagli amaranto locali, in una partita in cui, quasi fosse stato colpito da una sorta di «maledizione dello Stretto», dovette uscire a dodici minuti dalla fine dal campo – venendo sostituito da Grosso – per una botta subìta a un’anca per poi concludere, dopo sei incontri visti dalla panchina, la sua esperienza genoana venendo schierato nelle ultime tre partite a giugno del 1966 con un bilancio finale di sette