14/03/2026
Cesare Alberti II, cento anni fa la scomparsa dell’unico giocatore del Genoa morto a stagione in corso

Verso le ore 4,00 di domenica 14 marzo 1926, poco più di una decina di ore prima della
disputa di Genoa-Livorno, incontro che, nonostante quel tragico fatto, non venne rinviato (un
po’ come dire che, differentemente da quanto in genere si pensa, non è sempre vero che «nei bei
tempi andati» c’erano maggiori sensibilità e valori morali; giustamente “La Gazzetta dello
Sport” scrisse “Il campionato che sosta davanti alla neve, non sosta davanti [al]la morte.”), spirò
a Genova, presso la Casa di Salute di Spianata Castelletto, Cesare «Mimmo» Alberti II, l’unico
calciatore del Genoa deceduto durante una stagione agonistica incominciata tra le sue fila (il
portiere Adolfo Gnecco e il terzino Claudio Casanova II perirono nel corso del primo anno di
belligeranza italiana nella Grande Guerra senza aver mai giocato nella Coppa Federale 1915/1916,
Valerio «Baciga» Bacigalupo VII nel 1949, Luigi «Luigino» Meroni nel 1967,
Giuliano Taccola nel 1969 e Andrea Fortunato nel 1995 dopo essere rispettivamente passati i
primi due al Torino, il terzo alla Roma e il quarto alla Juventus).
Nato martedì 30 agosto 1904 a San Giorgio in Piano, località a una cinquantina di chilometri a
nord del capoluogo dell’Emilia Romagna, Cesare era di sette anni più giovane di suo fratello
Guido, che con il Bologna aveva disputato i tre campionati precedenti l’ingresso dell’Italia nella
Prima Guerra Mondiale, nel corso della quale era morto di malattia a Padova mercoledì 25
settembre 1918. A soli sedici anni Alberti II era stato inserito fin dalla prima giornata – la partita
vinta dal Bologna 3-0 a Ferrara contro la S.P.A.L. domenica 24 ottobre 1920 – dall’allenatore
austriaco Hermann «l’umazz» Felsner, anche lui quel giorno all’esordio a livello ufficiale con la
squadra con cui avrebbe vinto quattro Scudetti (nel 1924/1925, nel 1928/1929, nel 1938/1939 e
nel 1940/1941), la cui fiducia aveva ripagato mettendo a segno una «doppietta». La sua brillante
carriera da «énfant prodige» era proseguita per due anni fino al fatale incontro vinto 3-0 in casa
dai felsinei contro la Cremonese, nel corso del primo tempo del quale aveva ricevuto da un
avversario un calcio al ginocchio destro, che, dopo un tentativo di restare stoicamente in campo
(nel calcio dell’epoca non esistevano le sostituzioni), lo aveva costretto a lasciare il terreno di
gioco. Il verdetto medico successivamente espresso – rottura del menisco – sembrò sancire la
fine della sua carriera di calciatore, perché in Italia mai ne era stato operato uno con quella
patologia. A quel punto il Bologna lo ritenne inutilizzabile in futuro e liberò Alberti II dal
vincolo che a sé lo univa.
Di diverso avviso fu l’allenatore del Genoa, l’inglese «Mister» William Thomas «Billy»
Garbutt, il quale, avendogli promesso in caso di riuscita dell’intervento chirurgico di ingaggiarlo
nello squadrone da lui guidato, convinse il giocatore a sottoporsi all’operazione eseguita
nell’ospedale genovese di San Martino dal prof. Federico Drago, che aveva imparato proprio in
Inghilterra a praticare l’asportazione del menisco e riuscì a restituire al calcio italiano Alberti II,
il quale nell’autunno del 1924 avrebbe preso il posto tra le fila dei campioni d’Italia del
trentatreenne Celeste «Enrico» Sardi I, passato dopo la recentissima conquista del titolo
nazionale alla Novese, appena retrocessa nella serie «cadetta». Spostando Edoardo «Edo» Catto
a mezzala destra, Garbutt fece esordire domenica 19 ottobre 1924 alla terza giornata in casa
contro gli scaligeri dell’Hellas Alberti II (schierato come centravanti), che festeggiò il suo ritorno in Campionato dopo quasi due anni di assenza realizzando una «doppietta» nei cinque
minuti finali dell’incontro, vinto dai rossoblù per 3-0. La modalità con cui Alberti II andò a
segno in quell’occasione fu ricorrente nella stragrande maggioranza di quelle successive: tiri
preparati in una frazione di secondo, se non addirittura al volo, che, in genere, venivano
indirizzati in porta da una quindicina di metri in maniera secca e precisa. Dopo aver segnato
altre otto reti (una in casa all’Internazionale nel 2-1 di domenica 2 novembre 1924; quella del
definitivo 1-1 a Torino in casa dei granata domenica 7 dicembre 1924; due «doppiette» in casa
nel 4-2 alla Reggiana di domenica 21 dicembre 1924 e nel 3-2 allo Spezia di sette giorni dopo;
la rete del definitivo 2-2 a Verona domenica 15 febbraio 1925, l’unica rete nella sconfitta per 1-
2 a Milano contro i neroazzurri di domenica 1° marzo 1925) e avere saltato per problemi fisici
tre partite, Alberti, che aveva da domenica 8 febbraio 1925 – vittoria casalinga per 5-0 contro il
Brescia – invertito con Catto la posizione nel reparto offensivo, tornò domenica 24 maggio 1925
sul campo che lo aveva visto protagonista prima del grave incidente, lo “Sterlino” – la figlia del
cui custode era sentimentalmente legata a lui – di Bologna per la Finale d’andata della Lega del
Nord. In quell’occasione, tra gli improperi dei tifosi locali che lo accusavano di aver tradito la
squadra in cui si era formato (all’epoca gli organici erano composti in gran parte da elementi
locali), portò in vantaggio gli ospiti al 12’ della ripresa, «spianando la strada» a essi per il
successo finale per 2-1. Dopo che i petroniani ebbero violato sette giorni dopo con lo stesso
risultato il “Campo del Genoa”, si rese necessaria la disputa domenica 7 giugno 1925 di uno
spareggio – quello famigerato per i noti fatti legati alle intemperanze dei facinorosi bolognesi
nei confronti dell’arbitro Giovanni Mauro di Milano – sul “Campo del Milan”, il cui esito (2-2
senza disputa dei tempi supplementari per il rifiuto del genoa) venne annullato, sicché la rete del
provvisorio 2-0 segnata da Alberti II non ha rilievo a livello statistico. Dopo che i successivi due
spareggi – a Torino domenica 5 luglio 1925 e, «a porte chiuse» con inizio alle ore 7,10 del
mattino a Milano domenica 9 agosto 1925 – si erano conclusi rispettivamente con un pareggio
per 1-1 e la vittoria per 2-0 del Bologna, che poi non avrebbe incontrato difficoltà a sconfiggere
4-0 in casa e 2-0 in trasferta l’Alba Roma nella doppia Finale nazionale, gli ormai ex campioni
d’Italia si diedero appuntamento alla successiva stagione agonistica, nel corso della quale era
inimmaginabile che si sarebbe conclusa l’esistenza del non ancora ventiduenne Alberti II.
Nelle prime undici partite Alberti II scese sempre in campo, segnando ripetutamente
(domenica 4 ottobre 1925, all’esordio – in casa della Reggiana – realizzò a un minuto dalla fine
quella rete del definitivo 2-2 che il portiere Gelati gli aveva negato parandogli un calcio di
rigore nove minuti prima; sette giorni dopo un suo colpo di testa precedette quello del
centromediano ungherese del Milan, József Banas – con il criterio attuale sarebbe attribuita
all’attaccante emiliano la rete – che diede il pareggio ai poi vittoriosi – per 2-1 – padroni di
casa; segnò una rete a Livorno nella partita persa per 2-3 domenica 18 ottobre 1925, una in casa
alla Sampierdarenese nella vittoria per 3-1 della domenica successiva, una al Parma e due al
Mantova nei due «rotondi» successi – 5-1 e 5-2 – esterni consecutivi in due domeniche – 15 e
22 – del novembre 1925; l’ultima rete della sua vita in partite ufficiali arrivò domenica 29
novembre 1925 nel 2-1 casalingo contro il Padova). Domenica 21 febbraio 1926, nell’ultimo
incontro da lui disputato, scese in campo febbricitante e riuscì a restare stoicamente in campo,
nonostante si fosse infortunato, nella sconfitta per 0-1 ad Alessandria. Sette giorni dopo la sua
assenza nella partita vinta 3-0 in casa contro la Reggiana fu spiegata come causata dal tifo che
avrebbe contratto mangiando dei frutti di mare in un ristorante. Si è detto che alla cena avessero partecipato anche i compagni di squadra, nessuno dei quali ebbe dei disturbi, e, quindi, è stata
avanzata l’ipotesi di un avvelenamento provocato da una donna genovese di alto livello sociale,
poi immediatamente emigrata in Francia, con la quale aveva avuto una storia d’amore breve ma
intensa che era giunta «ai titoli di coda» (pare che l’attaccante genoano volesse riallacciare i
rapporti con la soprammenzionata fidanzata bolognese). Secondo l’usanza del tempo, domenica
14 marzo 1926 l’arbitro Umberto Gama Malcher III di Milano interruppe la partita sul “Campo
del Genoa”, quando essa era incominciata da venti minuti, per far osservare in un clima di
commozione generale un minuto di raccoglimento (provata anche a Bologna al 15’ del primo
tempo, quando il signor Renato Bonello di Venezia lo fece osservare durante l’incontro tra i
rossoblù locali e i bianconeri udinesi) ai calciatori del Genoa e del Livorno e al pubblico
presente sugli spalti. Due giorni dopo alle ore 10,00 in forma laica si svolsero i funerali che
partirono dal luogo in cui era morto Alberti II e, passando per corso Carbonara, via Brignole e
piazza Raffaele De Ferrari, arrivò in piazza Emilio e Attilio Bandiera, dove l’avv. Cesare
Bianchi tenne l’elogio funebre del giovane calciatore per conto del Genoa. Il feretro venne
seguito dai suoi compagni di squadra con in testa il capitano Renzo «il figlio di Dio» De Vecchi,
da diversi rappresentanti e sodalizi del mondo sportivo e da un migliaio di persone (una cifra
clamorosa, in considerazione del giorno feriale, delle diversissime dinamiche socio-economiche
dell’epoca rispetto a quelle odierne e dell’impatto non paragonabile a quello attuale che avevano
le vicende del gioco del calcio pur all’interno di una città i cui abitanti interessati a quello sport
tifavano in stragrande maggioranza per la squadra più titolata d’Italia). La salma partì poi alla
volta di Bologna, dove arrivò in serata.
Domenica 19 e lunedì 20 settembre 1926 sul “Campo del Genoa” si disputò in suo onore la
Coppa Alberti, (un quadrangolare tra quattro squadre a eliminazione diretta), che venne
conquistata dalla Sampierdarenese, capace di sconfiggere in semifinale la Sestrese per 6-0 e in
finale il Genoa (vittorioso in semifinale sull’Andrea Doria per 3-0) per 1-0.
In tempi più recenti vanno ricordate due opere dedicate ad Alberti II che sono state prodotte in
ambito petroniano: il libro di Piero Stabellini “Il bimbo prodigio del Bologna. La storia di
Cesare Alberti, asso rossoblù degli anni Venti” [Maglio Editore, San Giovanni in Persiceto
(BO), 2011] e il mediometraggio di Orfeo Orlando “Sono Cesare, ma chiamatemi Mimmo”
[Barbylando Productions-Genoma Films, Milano-Bologna, 2018].
Stefano Massa
(membro del Comitato Storico Scientifico della Fondazione Genoa 1893)