Addio a Luigi «Gigi» Simoni, recordman di promozioni e retrocessioni con il Genoa - Fondazione Genoa 1893

Addio a Luigi «Gigi» Simoni, recordman di promozioni e retrocessioni con il Genoa

Addio a Luigi «Gigi» Simoni, recordman di promozioni e retrocessioni con il Genoa

Gigi Simoni

All’età di ottantuno anni e quattro mesi si è spento a Lucca dopo lunga malattia venerdì 22 maggio 2020 (era stato colpito da un gravissimo ictus cerebrale esattamente undici mesi prima) Luigi «Gigi» Simoni, una delle figure più rilevanti, prima come calciatore e poi come allenatore del Genoa degli anni Settanta ed Ottanta. Due pareggi casalinghi per 1-1 (in Coppa Italia contro il Bari domenica 5 settembre 1971 e in Campionato contro il Modena domenica domenica 24 gennaio 1988) segnarono l’inizio e la fine della lunga avventura in rossoblù di Simoni, dipanatasi per tre stagioni agonistiche da calciatore e per nove da allenatore.

Vista la lunghezza della permanenza di Simoni al Genoa, le sue brillanti carriere da giocatore (venne convocato per tre volte dalla Nazionale Italiana guidata da Edmondo «Mondino» Fabbri, che lo aveva lanciato nel calcio professionistico tra le fila del Mantova – soprannominato iperbolicamente «il piccolo Brasile» –, ma non gli diede mai la soddisfazione di farlo scendere in campo con gli Azzurri) e da allenatore (conquistò oltre alle due con il Genoa altre cinque promozioni in Serie A – due con il Pisa, una con il Brescia, con la Cremonese e con l’Ancona – ed una in Serie C1 con la Carrarese, oltre a una Coppa U.E.F.A. con l’Internazionale) non verranno prese in considerazione in questo articolo.

Simoni, giunto ormai trentaduenne al Genoa neopromosso in Serie B dal Brescia, a cui segnò la sua unica rete (quella della vittoria casalinga per 1-0 di domenica 19 marzo 1972) nelle trentasette (le prime quattro in Coppa Italia) partite della sua prima stagione agonistica in rossoblù, mentre in altrettante della seconda, non realizzò segnature di nuovo nelle quattro della Coppa Italia, ma ne fece ben nove in Campionato (quelle dell’1-1 nelle prime due trasferte sui campi di Cesena – risultato finale – e di Foggia – partita vinta grazie a una rete di Sidio «il Best rossoblù» Corradi – e poi le prime due – la sua unica doppietta per il Genoa – nel «tennistico» 6-1 casalingo all’Ascoli, una in casa al Taranto ed una ad Arezzo – le uniche segnate in due partite consecutive che garantirono altrettanti successi all’incontrastata dominatrice di quel campionato cadetto – due in cui fece scattare la legge non scritta del calcio del «goal dell’ex» a Brescia – poi pareggiata da Egidio Salvi – e in casa contro il Mantova – battuto per 3-0 – ed una in casa al Varese, che si rivelò decisiva, visto che qualche minuto dopo l’ex rossoblù Riccardo «Duccio» Mascheroni III jr. fissò su calcio di rigore il risultato sul 3-2 per il Genoa). Tornato nella massima serie dopo otto anni di assenza, il Genoa disputò con Simoni in campo e mai a segno nelle prime due partite (e neppure nell’ultima, vinta successivamente in casa per 1-0 contro l’Avellino) di Coppa Italia, dopodiché esplose il caso della partita tra il Genoa e il Napoli (con la città partenopea in preda al colera), che in un gioco di rimbalzi di responsabilità tra enti politici e federali venne incredibilmente spostata, dopo il veto posto dalla prof.ssa Fernanda Pedemonte, assessore regionale alla Sanità, alla disputa allo stadio “Luigi Ferraris”, dal capoluogo della Liguria a quello della Campania (il presidente rossoblù Giacomo «Jack» Berrino accettò obtorto collo la decisione della Lega Calcio dell’inversione della sede della gara presa nell’antivigilia)! Simoni, in qualità di capitano della squadra, si mise a capo della rivolta dei giocatori rossoblù, che si rifiutarono di mettersi in viaggio (vale la pena di citare le sue parole alla stampa in un momento come l’attuale segnato dall’emergenza del Coronavirus, che ha interrotto da due mesi e mezzo la disputa delle partite in Italia, che non si ha ancora certezza che potranno essere successivamente giocate: “Premesso che l’inversione del campo non è già giusta sotto l’aspetto sportivo perché è ovvio che noi si potrebbe più facilmente fare risultato a Marassi che a Napoli, resta l’aspetto sanitario. Nessuno di noi è stato vaccinato – avevamo in programma di farlo in massa lunedì o martedì – e, in tale condizione, con quale tranquillità potremmo affrontare questa trasferta? Abbiamo ribadito il nostro punto di vista: non possiamo accettare di giocare a Napoli, dove c’è pericolo di contagio. Finora a Genova non c’è stato un solo caso di colera; se noi accettassimo di andare a Napoli a giocare e poi al ritorno scoppiasse un solo caso di infezione colerica, noi ci sentiremmo tutti responsabili, non dormiremmo la notte. Eppoi tutti abbiamo famiglia, bambini piccoli: chi ci dice che non possiamo trasformarci in portatori sani di colera?”), e cercò telefonicamente – trovandola – la solidarietà dei calciatori dell’Hellas Verona, i quali per lo stesso motivo non volarono con l’aeroplano a Bari, lasciando la vittoria per 2-0 a tavolino ai «galletti». Anche l’estremo tentativo della dirigenza rossoblù, che pure non era d’accordo con Berrino, fatto nel tardo pomeriggio di sabato 15 settembre 1973, fallì: ai giocatori rossoblù venne proposto di non fare al termine dell’incontro la doccia negli spogliatoi del “San Paolo”, in cui sarebbero arrivati in tuta, e di lavarsi in un’altra città che sarebbe stata raggiunta in treno o in aeroplano. Quella presa di posizione alienò – … se mai c’erano state! – le simpatie federali nei confronti del Genoa, che nel corso del Campionato subì arbitraggi vessatori. Simoni chiuse il suo ultimo campionato da calciatore con ventidue presenze e tre reti (una alla Roma ed una all’andata in casa – quella del definitivo 1-1 – e una al ritorno in trasferta al Cagliari, con la prima e l’ultima che fruttarono due – rispettivamente per 2-1 ed 1-0 – delle sole quattro vittorie di quel Campionato chiusosi per il Genoa con l’ultimo posto e il ritorno – l’unico immediato della sua storia – in Serie B). In tutte le novantanove presenze in partite ufficiali con la maglia del Genoa Simoni, che era una valida mezzala d’attacco, abile negli inserimenti e forte, a dispetto dei suoi 170 cm. di statura, nel gioco aereo, venne schierato titolare e curiosamente indossò la maglia con il numero 8 sulle spalle nelle prime otto, con l’11 nella nona e con il 10 nelle successive novanta (il bilancio è in Serie A di tre vittorie, sette pareggi e dodici sconfitte con tre reti segnate, in Serie B di trentuno vittorie, ventiquattro pareggi ed undici sconfitte con dieci reti realizzate e in Coppa Italia di due vittorie, sei pareggi e tre sconfitte con nessuna rete segnata).

Passato nell’estate del 1974 dal ruolo di vicepresidente a quello di presidente del Genoa, Renzo «o’ scio Renso» Fossati sorprese tutti, affidando la guida tecnica a Guido «Guidone» Vincenzi, «bandiera» da giocatore della Sampdoria, di cui era stato allenatore nella precedente stagione agonistica, L’azzardo «pagò» solo inizialmente con quattro vittorie nelle prime quattro giornate del campionato cadetto, cui fecero seguito tre vittorie, tre pareggi ed otto sconfitte, risultati che portarono all’inevitabile allontanamento del tecnico mantovano, al cui posto venne messo il suo vice Simoni, che esordì sulla panchina rossoblù nell’1-1 casalingo di domenica 9 febbraio 1975 con l’Avellino dell’ultima giornata del girone di andata, a cui avrebbero fatto seguito sette vittorie, sei pareggi e sei sconfitte, che gli valsero la riconferma nella seguente stagione agonistica. Il Genoa, rafforzatosi con gli acquisti del libero Franco Campidonico II, dello stopper Francesco Ciampoli, del mediano Angelo Castronaro, dell’attaccante Fabio Bonci e con il prestito dalla Roma della talentuosissima ala tornante Bruno Conti sr., superò per miglior differenza reti a parità di punti rispetto al Como il girone eliminatorio di Coppa Italia e fu nelle posizioni di testa per tutto il Campionato, concluso al primo posto per miglior differenza reti nei confronti del Foggia e del Catanzaro, appaiati a 45 punti ed anch’essi promossi in Serie A.

Per affrontare la massima serie il Genoa richiamò dopo un anno di prestito all’Arezzo ed uno all’Avellino l’esperto terzino Antonio Maggioni, acquistò il difensore laterale Felice Secondini e centrale Antonio Matteoni, il mediano (che poi si sarebbe rivelato come uno dei migliori liberi italiani) Claudio Onofri, la mezzala Pietro «Pierino» Ghetti (autore di sei reti in Campionato), l’ala tornante Gregorio «la iena di Cogliate» Basilico (che non fece rimpiangere più di tanto Conti sr.) e, soprattutto, la «seconda punta» Giuseppe «Oscar» Damiani sr., che formò una coppia d’attacco memorabile con Roberto «o’ Rei di Crocefieschi» Pruzzo, le cui prestazioni durante il biennio nella cadetteria erano state attentamente prese in considerazione dagli osservatori delle maggiori squadre italiane. Dopo essere stato imbattuto nel girone eliminatorio della Coppa Italia e non averlo superato solamente per due reti in meno in differenza reti a parità di punti in classifica rispetto alla fortissima Juventus, il Genoa iniziò male il Campionato, racimolando solamente due pareggi nelle prime sei partite. Dopo aver raccolto tre pareggi consecutivi, gli uomini di Simoni misero insieme un «filotto» di quattro vittorie consecutive (da allora mai più ripetuto dal Genoa in Serie A), poi due sconfitte esterne inframmezzate da un pareggio interno per 1-1 contro i campioni d’Italia del Torino, poi tre pareggi, la storica vittoria nel derby – che mancava da un decennio e fu l’unica ottenuta con il Genoa da Simoni tra campo e panchina – in rimonta per 2-1, un beffardo 2-2 interno contro l’Internazionale (Adriano Fedele pareggiò allo scadere) e la vittoria per 2-1 a Firenze (finora l’ultima sul campo dei viola); dopodiché la squadra ebbe un evidente calo di forma nelle ultime otto partite con cinque sconfitte, un pareggio esterno acciuffato in extremis su calcio di rigore da Damiani sr. contro il «fanalino di coda» Cesena e due provvidenziali successi per 1-0 su Milan ed Hellas Verona, che permisero al Genoa di raggiungere con una giornata d’anticipo quella salvezza che, invece, sfuggì ai «cugini» blucerchiati e di togliersi la soddisfazione di avere il terzo attacco del Campionato (40 reti con una media, adesso normale, ma all’epoca notevole, di 1,33 a partita) dietro le «stratosferiche» squadre di Torino (i bianconeri vinsero lo Scudetto con 51 punti e 50 reti segnate, i granata arrivarono secondi con 50 punti e 51 goals fatti).

Si pensò, quindi, che nel successivo Campionato si dovesse ritoccare la difesa (vennero, pertanto, acquistati il terzino Fausto Silipo e lo stopper Fabrizio Berni sr.) per avere una squadra capace di collocarsi in un tranquillo centroclassifica. Dopo una discreta partecipazione alla Coppa Italia (eliminazione subita a causa della rimonta subita all’ultima giornata a Torino dai granata, impostisi per 2-1) il Genoa, vincendo le prime due partite casalinghe (2-1 alla Lazio in rimonta e 2-0 al Perugia) e pareggiando le prime due esterne (2-2 contro il Milan e 0-0 contro il Napoli), si trovò al comando della classifica da solo. Nelle successive ventisei giornate riuscì ad ottenere solamente tre vittorie casalinghe di misura (due 1-0 a Pescara e Roma, inframmezzati da un 2-1 alla Fiorentina) e a nulla servì un ritiro di due mesi e mezzo ad Asti per rinsaldare la squadra e farle evitare una retrocessione che arrivò beffarda dopo lo «scontro diretto» (terminato 0-0) dell’ultima giornata (domenica 7 maggio 1978) a Firenze con i viola, che si salvarono a spese del Genoa per una sola segnatura in differenza reti a parità di punti (25). Simoni, amareggiato per la retrocessione, rassegnò le dimissioni, chiudendo così dopo tre anni e quattro mesi la sua prima esperienza di allenatore del Genoa, con cui aveva iniziato la sua lunga carriera di «mister».

Dopo un biennio sulla panchina del Brescia, felicemente conclusosi con il ritorno delle «rondinelle» – dopo un decennio di assenza – in Serie A, Simoni, che aveva vinto due dei tre campionati cadetti guidati per tutta la stagione agonistica, preferì tornare a Genova invece che guidare la formazione lombarda nella massima serie. Considerato che per il calcioscommesse erano state retrocesse in Serie B il Milan e la Lazio, che la Sampdoria del presidente Paolo Mantovani sr. aveva programmi ambiziosi e il Cesena di Osvaldo «lo Schopenhauer della Bovisa» Bagnoli appariva compagine temibile, l’impresa di essere promosso appariva per i rossoblù tutt’altro che facile. Dopo un girone eliminatorio “sanza infamia e sanza lodo” (tre pareggi e una sconfitta per 1-3 in casa della Juventus) i rossoblù iniziarono un campionato in cui la loro bravura (soprattutto nelle venti partite – compreso il derby esterno – al “Luigi Ferraris”, in cui ottennero quattordici vittorie e sei pareggi) si sposò a felici scelte di mercato (gli acquisti «in corsa» dell’esperta ala tornante Claudio «il poeta del goal» Sala e dell’emergente terzino Claudio «Ruspa» Testoni), alla valorizzazione di alcuni giocatori già in organico quali i giovani Sebastiano «Sebino» Nela (ex Poddi), validissimo difensore centrale, Roberto «Roby» Russo e Francesco «Franco» Boito, ben assortita coppia d’attacco, ed anche a un po’ di fortuna, li portò a recuperare il distacco accusato nei primi due terzi e a conquistare la promozione in Serie A alle spalle del Milan e in compagnia del Cesena.

Dopo una Coppa Italia in cui ancora una volta fu fatale per la qualificazione al Genoa nel girone eliminatorio la differenza reti, che a parità di punti premiò una davvero forte Fiorentina, che era uscita sconfitta 0-1 dal “Luigi Ferraris”, il Campionato procedette bene nel girone d’andata per il Genoa, che aveva ottenuto a parziale conguaglio della cessione di Nela (ex Poddi) alla Roma il difensore laterale Vincenzo «Enzo» Romano II e la mezzala Pasquale Iachini (autori delle reti del pareggio e della vittoria nell’indimenticabile successo casalingo in rimonta per 2-1 sulla Juventus di domenica 8 novembre 1981), ed aveva acquistato il mediano Mario «Marietto» Faccenda (autore della rete-salvezza in extremis a Napoli domenica 16 maggio 1982), lo stopper Carmine «Mimmo» Gentile, il «regista» belga René Vandereycken e, nell’autunnale «mercato di riparazione», l’attaccante Massimo «il nuovo Rossi» Briaschi I, vera rivelazione nella compagine rossoblù come il portiere italo-jugoslavo Silvano «Beara» Martina.

La stagione agonistica successiva in cui i rossoblù fecero registrare nel girone eliminatorio di Coppa Italia due pareggi e due «pirotecniche» sconfitte (3-4 interno con i campioni d’Italia della Juventus e 2-3 esterno contro il Milan, che si prese una piccola rivincita, rimontando dallo 0-2 contro la squadra che si era salvata a sue spese nel precedente Campionato) ed una meno movimentata (per 0-1 in casa del Catania) fu segnata negativamente dalla mancata utilizzabilità di Vandereycken (per i postumi di un serio infortunio a fine aprile del 1982 e per il suo sciagurato ed infruttuoso tentativo di rimettersi velocemente in sesto per disputare la Coppa del Mondo), che avrebbe costituito una splendida coppia di centrocampo con il forte olandese Johannes Wilhelmus «Jan» Peters, «botto» della campagna acquisti estiva rossoblù, a cui si aggiunsero altri validi innesti come l’estroso attaccante Roberto «Dustin» Antonelli sr. e con il «mercato di riparazione» autunnale il mediano Paolo Benedetti, il «regista» Fernando «Nando» Viola e il centravanti Giuliano Fiorini, autore di una rete da opportunista, quella del definitivo 1-1, nel derby d’andata. Gli uomini di Simoni vissero la loro giornata più gloriosa domenica 9 gennaio 1983, quando sconfissero in casa la Juventus, che allineava cinque campioni del mondo (il portiere Dino «superDino» Zoff, il libero Gaetano «Gai» Scirea, che deviò, trovandosi in barriera, in porta la punizione di Antonelli sr., da cui scaturì l’unica segnatura dell’incontro, i due terzini, l’italo-libico Claudio «Gheddafi» Gentile ed Antonio «il bell’Antonio» Cabrini, e il «tuttocampista» Marco «Schizzo» Tardelli oltre al fuoriclasse francese Michel «le Roi» Platini) e raggiunsero la salvezza con una giornata d’anticipo con il pareggio «tattico» al “Luigi Ferraris” con la Roma, che, in virtù di quel punto aggiunto alla sua classifica, ritornò, a distanza di quarantuno anni dal primo Scudetto, ad essere campione d’Italia.

Dopo aver aspettato per un anno Vandereycken, durante il quale venne impiegato per 45 minuti in Coppa Italia e per 137 in Campionato, la dirigenza e Simoni decisero sciaguratamente di liberarsene, quando il belga era guarito, per timore che non potesse essere impiegato e di sostituirlo con l’inconsistente brasiliano Francisco Chagas Eloia «Eloi». Le cessioni di Pasquale Iachini e ad ottobre di Giuliano Fiorini e i non compensativi acquisti dall’Internazionale dello stopper Nazzareno Canuti e dell’ala tornante Roberto Bergamaschi furono alla base di un Campionato sciagurato del Genoa (anche per i favori arbitrali, in particolare del signor Pietro D’Elia di Salerno, alla Lazio, che si vide da lui concedere due rigori «salvavita» nello «scontro diretto» contro il Genoa, vinto per 2-1 all’“Olimpico” domenica 29 gennaio 1984, e all’ultima giornata nella partita pareggiata 2-2 domenica 13 maggio 1984 contro i neroazzurri locali all’“Arena Giuseppe Garibaldi” di Pisa per due «tuffi» in area di rigore di Lionello Manfredonia), che fece 13 punti nelle prime ventidue partite e 12 nelle ultime otto, retrocedendo per la «classifica avulsa degli scontri diretti» con la Lazio, che fu la penultima squadra a salvarsi dalla retrocessione in Serie B per un meccanismo di quel tipo prima del Genoa l’anno scorso a spese dell’Empoli).

Richiamato alla guida del Genoa tre anni dopo (nel frattempo aveva conquistato due promozioni in Serie A con il Pisa inframmezzate da un deludente dodicesimo posto con la Lazio in Serie B) dal presidente Aldo «Aldone» Spinelli sr., Simoni conobbe il suo primo licenziamento, che non aveva avuto nei due campionati conclusisi con le retrocessioni, quando il massimo dirigente rossoblù era Fossati. Durante l’estate il forte portiere del Genoa Giovanni Cervone non ne volle sapere di iniziare la sua quarta stagione in rossoblù ed allora il Genoa accettò la proposta della Roma di fargli avere, in cambio del «regista» Sergio Domini, il portiere Attilio Gregori II e la mezzala Antonio «Tony» Di Carlo. Il Genoa, che aveva conosciuto due ignominiose sconfitte nel girone eliminatorio di Coppa Italia (1-5 sul campo del Pescara e 0-2 contro il Monopoli a Savona per l’indisponibilità del “Luigi Ferraris”, in cui erano iniziati i lavori per la riesificazione dello stadio in vista della Coppa del Mondo in Italia del 1990), iniziò, nonostante tutto, fiducioso il Campionato, in virtù degli acquisti dalla Juventus di Nicola «Nick» Caricola II e di Briaschi I, ma alla prova dei fatti si mostrava privo di schemi di gioco, fornendo, salvo rare occasioni, nello scenario desolante (privo della Tribuna e di metà delle due gradinate) dell’impianto semiabbattuto di Marassi uno spettacolo… in linea con il paesaggio architettonico. Quella contro il Modena fu la trecentoquarantaquattresima (trecentotré in Campionato – con in Serie A trentuno vittorie, sessantasette pareggi e cinquantadue sconfitte e in Serie B quarantadue vittorie, quarantotto pareggi e ventisette sconfitte – e quarantuno in Coppa Italia – con dodici vittorie, quindici pareggi e quattordici sconfitte –) ed ultima partita ufficiale del Genoa con lui alla guida. Al suo posto venne richiamato Attilio Perotti sr., che, dopo aver sfiorato nel precedente campionato la promozione, aveva fatto ritorno alla guida della squadra Primavera e che, facendo come Simoni 16 punti in diciannove partite, avrebbe salvato il Vecchio Grifone dalla caduta in Serie C1 grazie alla vittoria per 3-1 nello «scontro diretto» contro i locali «canarini» all’“Alberto Braglia” di Modena domenica 19 giugno 1988, valido per l’ultima giornata.

Alla famiglia Simoni vadano le più sentite condoglianze della Fondazione Genoa 1893.

 

Stefano Massa

(membro del Comitato Storico Scientifico della Fondazione Genoa 1893)